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In politica come in Cucina

Il titolo di questa riflessione può risultare fuorviante. Non intendo parlare del rapporto tra i politici specie quelli nostrani con l’arte della gastronomia. In effetti quando penso alla connessione cibo-politici mi rin/vengono in mente scene truci come certe esibizioni dei nostri nei talck-show o peggio scene come la “famosa” cena delle sardine in cui fu fatto fuori il primo governo Berlusconi o peggio ancora la disgustosa orgia della mortazza nell’aula del senato il giorno della caduta del secondo governo Prodi

 

Niente di tutto questo solo una riflessione un pò amara sull’uso dei pensieri e delle parole, sulla babele che c’è nell’uno e nell’altro campo
La cucina da noi, in questo periodo, hic et nunc, come ama dire ancora qualche mio amico chiosando altre epoche, è come la politica: ci sono due schieramenti che a volte sembrano uno solo. Ci sono poche idee, molti partiti e movimenti con tantissime più o meno bislacche teorie e innumerevoli ricette pubblicate su innumerevoli libri e riviste che magnificano e decantano improbabili paradisi e prelibatezze di là da venire.

Nell’un campo come nell’altro, ci sono giovani e vecchi bellimbusti con chiome fluenti o cappellazzi da cuoco che si danno l’aria di maitres à penser e sproloquiano nei talk-shows delle diverse reti monotone e monotematiche, avendo come tema unico e comune, il cazzeggio, dalle cinque di mattina alla stessa ora del mattino successivo.
In cucina come in politica si adoperano slogan e parole chiave con significati intercambiabili in quanto oramai prive di significato preciso e condiviso.

Si dice nuovo, nelle diverse accezioni di neo liberismo e novelle cuisine per definire cose che nuove non lo sono mai state, si dice ritorno alla natura sia per promuovere cibi e pietanze ultracariche di metodi prodotti e conoscenze scientifiche e tecnologiche avanzate (pensate ai formaggi e ai salumi), sia per promuovere comportamenti politico economici che ci farebbero tornare non alla natura ma in piena sporca rivoluzione industriale dell’ottocento (pensate ai discorsi sul ritorno del carbone come fonte energetica).

Si dice etnico per designare le bibliche migrazioni degli affamati del mondo, per la scopiazzatura con sfregio delle melodie contadine delle più diverse etnie, per la cucina che fino a qualche tempo si chiamava esotica. Parole come tradizione, rivoluzione, rinnovamento si usano a sbafo e senza pesarne il significato, sia che si parli della logora dieta mediterranea, sia che ci si riferisca a discorsi che si fanno in politica a destra e a sinistra.
E a proposito di destra e sinistra, come sempre, ritorna, in periodo estivo, il mostruoso giochino di saltabeccare dalla gastronomia alla politica con quesiti del tipo: la soppressata è di sinistra o di destra? E usare il “caviale calabrese” la famosa sardella, è un comportamento ambientalisticamente corretto o no? Sotto l’ombrellone o “seduti intorno ad un tavolo” davanti ai resti di un misero e costoso “quattro salti in padella” si anima un “sereno e articolato dibattito” …con schieramenti e tifoserie da curva sud del Catanzaro ai tempi di Palanca.
Sia in cucina che in politica, quando dalle parole si passa alle esperienze pratiche, si combinano innumerevoli “inquacchi” e pochissime cose buone.
Tra le cose buone i fiori.
Come per tante altre cose buone nessuno sa dire con precisione se siano di destra o di sinistra, se sia ecologicamente corretto reciderli ed usarli o soltanto osservarli, se siano una novità o tradizione millenaria, ma ognuno li apprezza salvo che non sia affetto da allergia specifica o intolleranza congenita, cosa del resto abbastanza rara.

Nei fiori esiste certo una fascinazione estetica e culturale. Per millenni poeti e prosatori ne hanno decantato la bellezza e il forte suggestivo collegamento con i riti d’amore, nascita e morte. Oggi, che non vi sono poeti ma solo imitatori, pare che i fiori parlino di più e meglio di Sgarbi al Costanzoshow. Del resto è quasi certo che nessuna donna resiste alla tentazione rappresentata da una dozzina di rose scarlatte, se non altro per il suggerimento che danno sulla capacità di spesa del donatore, ma è altrettanto certo che molti maschietti sono sedotti da petali e calici come ben sa chi, per ammansire furie maschili, regala fiori e bottiglie di vino buono.
Per me, il fascino dei fiori, più che estetico e culturale, é sensuale. I fiori perlopiù vengono annusati, toccati, sia pure delicatamente, e… mangiati con gli occhi…
Beh, non sempre solo con gli occhi.
Molti fiori sono infatti, soprattutto se cucinati con arte, un piatto squisito, fascinoso e afrodisiaco.

Da noi si usano da sempre i fiori di zucca. Belli con quel colore che va dal giallo oro all’arancio, al giallo verde al verde cupo, con quella forma a calice e quella consistenza un po’ tenera ed un po’ elastica dei petali e della corolla.
I fiori di zucca, per essere usati nel modo migliore, devono essere freschissimi. Generalmente si trovano confezionati in mazzetti nei mercatini e nei negozi al mattino presto. Per qualche ora si possono conservare, come tutti i fiori, al fresco e nell’acqua. Possono anche essere surgelati dopo un lavaggio delicato ed accurato, ma perdono molte qualità.

 

Nella cucina calabrese, vengono usati in tantissimi modi: per insalate, come base per minestre insieme alle foglioline più tenere della pianta di zucca e alle zucchine tenerissime, come ripieno per zucchine, melanzane e peperoni ripieni, come base per fare frittelle croccanti e delicate, come ripieno per timballi e paste al forno, fritti in padella con un leggero velo di pastella, ripieni e fritti o al forno.M.L.

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